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Stati impauriti

(con un riferimento particolare alla realtà italiana)

Streifzüge 49 / Luglio 2010

di Paolo Lago

deutsche Übersetzung [1]

La caratteristica fondamentale degli Stati postmoderni sembra essere la paura; per rimediare a questa forma di paura ogni stato ha costruito una propria difesa. Si può dire che la stessa creazione dell’Unione Europea è stata una forma di difesa dei paesi più ricchi e più ‚avanzati‘ contro i paesi poveri del sud e dell’est del mondo. Paradossalmente, l’aver abbattuto le frontiere fra uno stato europeo e l’altro ha rafforzato la frontiera fra essi e gli stati più poveri, ha innalzato un muro ancora più alto verso i paesi ’non europei‘, soprattutto quelli in condizione di sottosviluppo. Tale paura si esplicita in forme belliche e violente: pensiamo, ad esempio, alla „guerra al terrorismo“ scatenata dagli Stati Uniti d’America (nonché dagli stati europei loro alleati) contro certi paesi arabi e la linea difensiva messa in atto al loro interno contro gli immigrati provenienti da questi paesi. Forse, inoltre, sul piano economico è stata la stessa paura che ha spinto gli stati avanzati ad un indebitamento selvaggio che ha portato alla condizione attuale di crisi tanto da poter dire – come è stato analizzato da Thomas Konicz – che „la Grecia è ovunque“ 1 [2].

Lo Stato italiano non sfugge certo a questo tipo di paura. Vorrei porre l’attenzione sulle recenti scelte politiche italiane in fatto di immigrazione, derivate dallo strapotere che ha attualmente assunto nel governo del paese la Lega Nord, un partito razzista e xenofobo. Lo Stato, per gli immigrati stranieri nel nostro paese, diventa allora una sorta di entità astratta e violenta, esattamente come poteva esserlo nel 1861 – al momento dell’unità d’Italia – per le popolazioni del Meridione le quali vedevano in un potere decentrato nella capitale, ignaro delle loro immediate esigenze, una sorta di violento e dispotico tiranno. Pensiamo alle decisioni del ministro della pubblica istruzione che, a partire dal prossimo anno scolastico, ha imposto il tetto massimo del 30 % di alunni immigrati nelle classi; oppure all’esclusione dalla cittadinanza e da ogni diritto di quegli immigrati che abbiano perso il lavoro, nonostante siano in Italia da dieci anni o più. Tutti questi sono provvedimenti violenti; lo Stato, per tutelare la propria paura, non esita a infliggere una vera e propria forma di violenza nei confronti degli strati sociali più indifesi. Una forma di violenza che si attua appunto nell’erigere dei confini, che sono confini reali, fisici, fra Stato e Stato ma anche confini interpersonali, barriere che quotidianamente dividono l’italiano dallo straniero, una forma di esclusione non troppo lontana dalle discriminazioni poste in atto dal nazismo o dal fascismo. Si tratta di quella stessa forma di violenza determinata dallo status di confine di cui parla Walter Benjamin nei suoi Schriften, in Per la critica della violenza: „Giustizia è il principio di ogni finalità divina, potere il principio di ogni diritto mitico. Quest’ultimo principio ha un’applicazione estremamente grave di conseguenze nel diritto pubblico. Nell’ambito del quale la fissazione dei confini, come è attuata dalla „pace“ di tutte le guerre dell’età mitica, è l’archetipo della violenza creatrice di diritto. In essa appare nel modo più chiaro che è il potere (più del guadagno anche più ingente di possesso) che deve essere garantito dalla violenza creatrice di diritto. Dove si stabiliscono confini, l’avversario non viene semplicemente distrutto; anzi, anche se il vincitore dispone della massima superiorità, gli vengono riconosciuti certi diritti. E cioè, in modo demonicamente ambiguo, pari diritti: è la stessa linea che non deve essere superata dai due contraenti“ 2 [2].
La „violenza creatrice di diritto“ erige anche nella contemporaneità, proprio come afferma Benjamin, dei confini, in cui in modo „demonicamente ambiguo“ vengono riconosciuti apparentemente pari diritti al vincitore e al vinto. Nella realtà sociale italiana contemporanea, demonicamente dispensatrice di pari diritti per i vincitori (gli italiani) e per i vinti (gli immigrati), lo Stato esercita una violenza ambigua e multiforme, spacciando per provvedimenti democratici pure discriminazioni razziali degne dell’era fascista. La differenza rispetto al fascismo sembra essere che adesso, invece della razza, viene difeso il lavoro; tali barriere vengono erette in difesa dell’entità lavoro. È la paura dello straniero che ‚ruba‘ il lavoro all’italiano che spinge lo Stato italiano (modellato a immagine e somiglianza di un’azienda neocapitalistica, soprattutto adesso, sotto il governo di Silvio Berlusconi) a erigere barriere di carattere sociale che si dimostrano inequivocabilmente anche barrire di tipo economico. Uno stato-azienda che  mobilita ogni dove il meccanismo del divieto e della „punizione generalizzata“, se vogliamo utilizzare un’espressione del Foucault di Sorvegliare e punire. Tutto per difendere desueti meccanismi capitalistici: uno Stato-azienda che erigendo barriere e creando sempre più nuova paura si sta mettendo in ginocchio da solo, economicamente e socialmente. Violenza inutile se, ormai, „la Grecia è ovunque“.


1 [3] In un articolo dal titolo La Grecia è ovunque, apparso su Die Junge Welt del 14/1/2010 consultabile online sui siti di Streifzüge e di Krisis.

2 [4] W. Benjamin, Per la critica della violenza, in Angelus Novus, trad. it. Einaudi, Torino 1995, pp. 24-25 (Schriften, Suhrkamp Verlag 1955).